DUE INEDITI DI MARIO M. GABRIELE con tanti auguri ai lettori

1

L’occhio segue le stanze nella casa.
Denise guarda le pareti senza quadri.

Non  trova l’indicibile.
Le indico il sublime.

Lo sguardo si fa taglio lunare
sul polittico del Beato Angelico.

Al Circolo Weidmann
non c’erano quadri della Biennale
ma fantasie irreali.

Una vita da Waste Land.
Milly si mise al centro della sala
dicendo:-balla con me-.

Di sicuro passeremo il tempo
nella Villa di Grazia Orsini
agitando le clessidre,
passando da una scacchiera all’altra.

Nella tenuta di campagna
Hillary aprì un Hot Dream
con camere di riposo freezer
per i viaggiatori dell’aldilà.

Si lamenta la sera
per qualche lampada in meno.

Ci vorrà del tempo
prima di ricostruire la città dell’anima.

-Per la spesa di Natale, Sig.Gab.-disse Giuditta,
-le lascio la nota d’acquisto:
Glen Grant The Major’s,
e il libro di David Grossman –La vita gioca con me-

Ma ci sono anche le bacche di Acai
da comprare per il chiwawa,
come ha ricordato la Signora Milton.

Giselle mette avvisi di vendita all’asta.
Non ha più nulla nell’armadio,
neanche il testamento.

Pensa solo a rifilare gomitoli di ricordi.
Toglie le chiavi sotto lo zerbino.
Teme i pipistrelli e gli ET di Alien.

Tutto lo spazio si è corrugato.
Non avremo altro kayak
se non questa nuvola di passaggio.

2

A Portogruaro finimmo di leggere l’Erbolario
aspettando Zukosckji più che la luna sulla terrazza.

Lungo l’autostrada i bar erano chiusi.
Ce n’era uno solo con l’etichetta home service.

Sul London Sunday Times
si poteva trovare qualcosa da RicordiMediaStores.

Lo chef ci offrì vino
di riserva speciale 1889-2010.

La NBS riesce a creare le C-for yourself.
Se ne vedono in giro  solo pochi prototipi.

Il Teatro ha fatto en plein.
Mancava solo La dolce ala della giovinezza.

Quando alzammo i bicchieri l’anno era già sparito
assieme ai poeti di Tel Quel e a Pussy Pussy Wonder.

 

3 thoughts on “DUE INEDITI DI MARIO M. GABRIELE con tanti auguri ai lettori

  1. L’esperienza poetica di Mario Gabriele mette il punto fine alla convenzione delle poetiche novecentesche secondo cui sia possibile esperire il linguaggio poetico come un certo tipo di linguaggio che si ponga come intrascendibile, trascendens i linguaggi naturali, e quindi come super linguaggio, una specie di linguaggio degli angeli separato dalla comunità linguistica. Ebbene, questa convenzione convinzione è stata definitivamente bandita dalla poesia di Mario Gabriele, la più intransigente nel considerare il linguaggio poetico un sistema di segni che rimanda, in un circuito tautologico ed aporetico, ad un sistema di significati già stabilito da una convenzione-convinzione.

    La poesia di Mario Gabriele pone in evidenza la fallacia del circolo ermeneutico della interpretazione infinita in quanto il proposizionalismo poetico è definito e si auto definisce nel momento in cui viene scritto, come un atto magico che riceve la propria investitura di verità da se stesso. È questa la contraddizione del circolo ermeneutico e di quelle poetiche che si risolvono nell’orbita di un tale concetto.

    «l’esperienza ermeneutica comporta che “lo sviluppo del significato totale, che è l’obiettivo della comprensione, ci mette nella necessità di formulare un’interpretazione e di ritirarla subito di nuovo”3 – se non altro in quanto, “nell’evento del linguaggio, non ha la sua sede solo ciò che permane, ma anche il mutamento delle cose”4 -, allora, sempre nell’ottica gadameriana, il compito dell’interpretare (e dunque del linguaggio da cui il medesimo è reso in qualche modo possibile), espresso in termini logico-formali, si costituirà nell’incessante ridefinizione di un inesauribile rapporto tra identità (di fatto rinviante al senso in cui l’interpretante di volta in volta si ri-troverebbe ad essere – da cui il suo esser così com’è) e differenza (eccedenza “mai esauribile” del significato – perciò strutturantesi come modo dell’in-finito -, che differenzierebbe, ab alio, quello stesso senso unitario di cui sopra… e per effetto di un’originaria azione destituente da quello costitutivamente insussumibile e dunque illegiferabile).»1

    1 M Donà, L’aporia del fondamento, Milano, Mimesis, 2008, pp. 529

    • E’ straordinario come ad ogni mio test poetico tu trovi la Lampada di Aladino che illumina il buio biologico nella mente di alcuni lettori
      ancora bitumati nella poesia novecentesca. Dobbiamo comprendere che sono soggetti che hanno un proprio carattere e temperamento che non possono aderire a nuovi fattori esterni e contemporanei. E’ il loro modo di agire e di operare in poesia sulla scorta delle proprie scorte biologiche di educazione, di clima familiare, e di predisposizione innata. Riformare in questi soggetti le proprie disposizioni temperamentali è cosa assai difficile.

  2. avevo messo per iscritto un commento ben più articolato, ma all’improvviso tutto è scomparso… volevo dire che il tuo proposizionalismo è, ad un tempo, incipitario e finito. Non fai a tempo a leggerlo che è già iniziato e finito. In realtà, il frammento ha bisogno del polittico come proprio corrispettivo, e viceversa. La poesia maggioritaria che sta alla sponda opposta del polittico e del frammento, si vuole tenere a distanza di sicurezza, pena la propria asfissia. e di morte per asfissia la vecchia poesia ne sa qualcosa: Per esempio, oggi chi riesce a rileggere con qualche cognizione un Dario Bellezza? Oggi chi riesce a leggere un poeta come Bartolo Cattafi? Chi riesce a leggere con profitto Jolanda Insana? e via di seguito… certe scritture ergonomiche da economia curtense sono finite nel rancido… oggi si richiede al poeta di essere all’altezza dei tempi che richiedono la messa in discussione di tutto ciò che credevamo per acquisito e stabilito.
    e tu rimetti tutto in questione, per questo sei ostico alle campane a sordo dei manieristi e dei positivisti nostrani.

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