LA PORTE ÈTROITE

MARIO M. GABRIELE

(LA SCRITTURA PER FRAMMENTI)

di Giorgio Linguaglossa 

Vorrei scagliare una freccia in favore della scrittura per «frammenti». Che cosa significa? E perché? Innanzitutto, un presente assolutamente presente non esiste se non nella immaginazione dei filosofi assolutistici. Nel presente c’è sempre il non-presente. Ci sono dei varchi, dei vuoti, delle zone d’ombra che noi nella vita quotidiana non percepiamo, ma ci sono, sono identificabili. Così, una scrittura totalmente fonetica non esiste, poiché anche nella scrittura fonetica si danno elementi significanti non fonetizzabili: la punteggiatura, le spaziature, le virgolettature, i corsivi, ecc. La scrittura per «frammenti» implica l’impiego di una decostruzione riflessiva, la quale nella sua propria essenza, segue il tempo del «Presente» che sfugge di continuo, che si disloca. Il dislocante è dunque il «Presente» che si presenta sotto forma del «soggetto» significante (ricordiamoci che per Lacan il soggetto si instaura come rapporto con un significante e l’altro). Ma, appunto, proprio per l’essere una macchinazione significante, il «soggetto» non può mai raggiungere il pieno possesso del «significato». In base a queste premesse, una scrittura logologica o logocentrica, non è niente altro che un miraggio, il miraggio dell’Oasi del Presente come cosa identificabile e circoscritta, con il versus che segue il precedente credendo ingenuamente che qui si instauri una «continuità» nel tempo. Questa è una nobile utopia che però non corrisponde al vero.

Io dico una cosa molto semplice: che l’utilizzazione intensiva ad esempio della punteggiatura produce l’effetto non secondario di interrompere il «flusso continuo» che dà l’illusione del Presente; produce lo spezzettamento del presente, la sua dislo-cazione, la sua locomozione nel tempo. Introduce la differenza nel «presente». Il non dicibile abita dunque la struttura del «presente», fa sì che vengano in piena visibilità le differenze di senso, gli scarti, le zone d’ombra di cui il «presente» è costituito. Alla luce di quanto sopra, se seguiamo l’andatura strofica della poesia di Mario Gabriele, ci accorgeremo di quante interruzioni introdotte dalla punteggiatura ci siano, quante differenze introdotte dalla dislocazione del discorso poetico, interpretato non più come flusso unitario ma come un immagazzinamento di differenze, di salti, di zone d’ombra, di varchi.

Nella nuova poesia, come in questa di Mario Gabriele, non c’è un senso compiuto, totale e totalizzante. Il senso si decostruisce nel mentre si costruisce. Non si dà il senso ma i sensi. Una molteplicità di sensi e di punti di vista. Come in un cristallo, si ha una molteplicità di superfici riflettenti. Non si dà nessuna gerarchia tra le superfici riflettenti e i punti di vista. Si ha disseminazione e moltiplicazione del senso. Scopo della lettura è quello di mettere in evidenza gli scarti, i vuoti, le fratture, le discontinuità, le aporie, le strutture ideologiche e attanziali piuttosto che l’unità posticciamente intenzionata da un concetto totalizzante dell’opera d’arte che ha in mente un concetto imperiale di identità. La nuova poesia e il nuovo romanzo sono alieni dal concetto di sistema che tutto unifica, che tutto «identifica» (e tutto nientifica) e riduce ad identità, che tutto inghiotte in un progetto di identità, che tutto plasma a propria immagine, in vista di una rivendicazione dell’Altro e della differenza come grande impensato della tra-dizione filosofica occidentale. In questa accezione, la decostruzione è una conseguenza della riflessione filosofica di Martin Heidegger. Infatti il disegno della seconda sezione di Sein und Zeit – rimasta alla fase di mera progettazione, per la caratteristica inadeguatezza del linguaggio della metafisica – risuonava come una “distruzione della storia dell’ontologia“, in nome di una ontologia fenomenologica capace di assumere di «lasciar/far vedere il fenomeno per come esso si mostra» (Jacques Derrida) – a far luogo da un linguaggio rinnovato alla radice (ripensato), filosoficamente (nell’accezione ordinaria del termine) scandaloso.

da lombradelleparole.wordpress.com

 

Intervista di Linguaglossa a Mario M. Gabriele   su alcuni temi poetici e filosofici.

*

Domanda: Nel discorso poetico del tardo Novecento sono venuti a cadere le grandi narrazioni, restano i piccoli racconti dell’io solitario che accudisce la reificazione del discorso poetico ad uso privato del soggetto poetante. Oggi si assiste ad una “poesia” piena di episodi biografici, si crede ingenuamente che la propria biografia debba entrare nella forma-poesia. I tuoi libri, invece, si muovono in un orizzonte tematico e problematico. I tuoi ultimi libri: Le finestre di Magritte (2000), Bouquet (2002), Conversazione Galante (2004), Un burberry azzurro  (2008) e Ritratto di Signora (2014), «non sono correlati ad un determinato modello, ma ad una galleria di “soggetti” che, sottostanti il ritratto principale, si fondono in un’unica panoramica, dove la scrittura poetica si fa pellicola simbolica di microstorie pubbliche e private nate dalla “metamorfosi dell’oggetto”» (Luca Landolfi). La tua poesia invece adotta la citazione come metodo di composizione e di collage tra elementi disparati del mondo e di trasmissione dei valori estetici della tradizione.

Il metodo della citazione che tu adotti, questo del collage e della citazione, produce un rafforzamento plurilinguistico della comunicazione estetica; la citazione viene intesa come contigua alle esperienze denaturate del «valore di scambio» delle scritture pubblicitarie. Propriamente, la citazione è la costituzione della nostra biografia, siamo diventati citazione di qualcun’altro e di qualcosa d’altro. La tua poesia si nutre di citazioni culte, di cronotopi letterari, di films, di scritte della pubblicità, etc. come un mostro carnivoro si ciba di carni insanguinate, non può essere altrimenti e non può tradire il proprio DNA: è un mostro cannibalico che fagocita i segni e i segmenti semantici della tradizione ridotta ad emporio di citazioni in libera svendita.

Questa mia lettura ti trova d’accordo?

Risposta: Gli anni Sessanta hanno determinato la fine della poesia-racconto, come misura unica del testo, lasciando spazio a Correnti e Gruppi letterari, che si sono alternati nel tentativo di costituire un valido punto di riferimento, che in effetti non vi è stato, se si voglia sul piano delle verifiche controllare la loro sopravvivenza, spesso limitata a qualche decennio e anche meno, mentre una parte della critica letteraria si occupava  del nuovo percorso linguistico nel segno dello Strutturalismo. Viviani, Ottonieri, Ramous, Baino, ecc. sono stati i rappresentanti di una poesia anatomopatologica e dermoesfoliativa, oggi in stato di colliquazione come le antologie, omissive di nomi e opere, sostituite da quelle indirizzate verso la periodizzazione repertoriale, con giudizi critici di sopravvalutazione. Si è lasciato il campo ad autori dal balbettio terminale, fino a quando la loro stessa voce si è afonizzata. Non esiste ancora lo spazio per riempire il Vuoto con una poesia alternativa. Ogni poeta opera secondo la propria cultura e sensibilità. Da qui l’esplicazione di una visione della realtà che è, nel mio caso, repertorio di memorie, di figure femminili e di luoghi provenienti da un carotaggio psichico di diversa stratificazione. Non a caso Freud, sul significato di creazione artistica, riconduce ogni cosa alla sfera intima e mentale. Ho rifiutato il pentagramma lirico di vecchia classe istituzionale, per addentrarmi non nella cellula poetica degli oggetti, ma in quella dei soggetti vivi e morti, entrambi destinati all’oblio, e per questo motivo ne rivitalizzo la presenza-assenza con la citazione dei loro versi, che formano una doppia aura all’interno di un’unica cornice. Più in specifico, è l’adesione a un linguaggio inter-relazionale, che ricorda Eliot, ma anche il pensiero filosofico di Derrida, quando supera il concetto di finitudine dell’uomo, e lo traspone in un’altra dimensione: quella della scrittura, che rimane l’unica traccia visibile e duratura di uno scrittore. Da qui la nascita degli Autoritratti avvolti dalla metafora, come modello biottico di fusione nel testo principale. E’ ciò che accade un po’ nei miei volumi: Le finestre di Magritte, Bouquet, Conversazione galante, Ritratto di Signora, Un burberry azzurro e nell’Erba di Stonehenge, dove ricompongo l’estetica del verso per rinnovare il mito della vita lungo le strade del mondo, i cui eventi non si discostano molto dalla nostra sensibilità e cultura, pur essendo espressi con particelle linguistiche di diversa provenienza, nel tentativo, sempre più difficile, di trovare nuovi spazi alla poesia. La forma adottata è estranea a qualsiasi concetto di “moda”, poiché ho voluto ricondurre l’esercizio della scrittura alla libera invenzione della lingua, anche se poi, qualsiasi mezzo adoperato in poesia si logora da sé, subendo la contaminazione del tempo.

Domanda: Si parla oggi molto spesso di esperienze «non-reali», che l’autore non ha mai provato, delle esperienze del padre, del nonno e così via. Ma allora si scriva un romanzo! Ben più idoneo alla ricostruzione di una esperienza mai esperita. Nel romanzo questo è possibile, in poesia, no. Se nell’ipermarket tendono a scomparire i confini tra le varie tipologie di merci in un susseguirsi di produzione indifferenziata fondata sulla minima differenza e sul minimo scarto, oggi si assiste al medesimo fenomeno tra i generi artistici e, all’interno del genere, tra i singoli sotto-generi, de-vitalizzati a «genere indifferenziato». Avviene così che l’anello più debole, la forma-poesia, tenda a perdere i connotati di differenza e di riconoscibilità che un tempo lontano la identificava, per trasformarsi in un «contenitore», un «palinsesto», tenda ad un «genere indifferen-ziato», ad un non-stile indifferenziato, cosmopolitico e transpolitico. Negli autori di moda si tende alla chatpoetry, al pettegolezzo da lettino psicanalitico (Vivian Lamarque), pettegolezzo da intrattenimento ludico-ironico (Franco Marcoaldi), flusso di coscienza reificato e disconnesso, utopia agrituristica, monologo da basso continuo, soliloquio allo specchio con qualche complicazione intellettuale per assecondare gli utenti di una cultura di massa (Valerio Magrelli). Ma il post-moderno non può essere soltanto la riduzione della forma-poesia alle mode culturali, suo tratto distintivo è la tendenza «di sottrarsi alla logica del superamento, dello sviluppo e dell’innovazione. Da questo punto di vista, esso corrisponde allo sforzo heideggeriano di preparare un pensiero post-metafisico»,1) afferma Vattimo; ma se la tecnologia è la diretta conseguenza del dispiegamento della metafisica, un pensiero post-metafisico ci conduce da subito alla critica dell’ideologia del Progresso e alle istituzioni culturali che in tutto il Novecento hanno svolto il ruolo di supplenza e di sostegno.

Qual è il tuo pensiero in proposito?

Risposta: Nel momento in cui scompaiono i “confini tra le varie tipologie di merci e di generi artistici”, vengono a decadere anche le ragioni per cui si è creduto a un determinato modello economico e culturale. E’ il segno dei nostri tempi e delle mutate condizioni sociali dovute al consumismo. La verità è che siamo entrati in un mondo nel quale l’homo faber entra autono-mamente in un mercato di merci. consentendogli di “barattare, trafficare e scambiare una cosa per un’altra”, assumendo una specie di “sfera pubblica”, ma non politica, nel mercato di scambio dei rispettivi prodotti. Siamo lontani dalla alienazione marxiana e dal primo stadio di sottomissione capitalistica, ma molto vicini ad una autonomia commerciale, dove le cose “compaiono come merci per essere valutate o rifiutate”. Lo stesso discorso vale per la poesia, anch’essa ridotta a prodotto di consumo, nella molteplice varietà del linguaggio a servizio di una diplomazia lessicale, che vuole essere, come in effetti è, deterioramento del tessuto linguistico e fiches verbali in un gioco senza risultati.  La visibilità di questa merce non è il marchio di fabbrica, ma la proposizione  di versi che hanno un ‘unica direzione: la dissoluzione  finale. La poesia di oggi si proietta all’esterno come esercizio di scena: è teatro, “voice” in permanente esibizione, da cui partono poi le affiliazioni nel massimo grado della praticabilità e dei tecnicismi  riconducibili alle forme traslative e disgiuntive, verboiconiche e arcaiche, trasgressive e fono lessicali. Esistono, è vero, gli strumenti, ma non la ”qualità”. L’avvento della borghesia ha dischiuso le porte del mercato mondiale, dove le ideologie hanno perso valore, e l’unica forma che resiste è la merce di consumo. Con il tramonto della metafisica, e dei suoi valori assoluti, l’Essere “può venire esperito” secondo Vattimo, soltanto “debolmente”, come una struttura ondulante, rispetto al concetto di stabilità della metafisica. Una teoresi, scientifica o filosofica, può essere sempre sottoposta all’azione della falsificabilità nel momento in cui si riscontrino deduzioni, dichiaratamente incongrue e asimmetriche. E’ quanto si verifica nella poesia, esposta a significative contraddizioni e meta-morfosi, di fronte al continuo rapporto-scontro con il postmoderno, e la metafisica e, infine, con il postmetafisico, Appare, pertanto, possibile inda-gare su ogni categoria, con una critica sempre più revisionista, che propone congetture in continua evoluzione e fibrillazione di fronte alla trasmuta-bilità del Logos e dell’avanzamento del Progresso.

Domanda: Nell’odierno orizzonte culturale non c’è più una «filosofia della storia», così come non c’è più una «filosofia dell’arte». Con il tramonto del marxismo sono venute meno quelle esigenze del pensiero che pensa qualcosa d’altro fuori di se stesso. Quello che resta è un discorso sulla dissoluzione dell’Origine, del Fondamento, dissoluzione della Storia (ridotta a nient’altro che a una narrazione tra altre narrazioni), dissoluzione della narrazione, dissoluzione della Ragione narrante. È perfino ovvio che in questo quadro problematico anche il discorso poetico venga attinto dalla dissoluzione della propria sua legislazione interna. Il concetto di «contemporaneità» (come il concetto del «nuovo») è qualcosa che sfugge da tutte le parti, non riesci ad acciuffarlo che già è passato; legato all’attimo, esso è già sfumato non appena lo nominiamo.

Qual è la tua opinione?

Risposta: Credo, in questo caso, di dover citare J. F. Lyotard a cui va il merito della diffusione del termine post-moderno, e la conseguente nascita di una stagione filosofica, in cui il sapere si esterna non più per capitoli interi, ma per appunti di riflessione, chiari e sintetici, dopo la fine delle narrazioni. L’assenza di una filosofia della Storia e dell’Arte è da collegare, probabilmente, alla crisi della critica di fronte alle avanguardie e alle velocizzazioni tecnologiche, che si sono susseguite come trasformazione del capitalismo. Dopo anni di sociologismo politico e ideologico, è tempo di restituire all’Uomo più dignità, non riconosciuta dal comportamento aziendale dell’economia. Il futuro opera in modo che tutto sia condizionato dal progresso, ma quanto a riportare i parametri della vita e il decoro poetico a livelli accettabili non sembra facile. Si ha la sensazione che tutto questo sia il risultato di una alienazione esistenziale, economica e ideologica. L’uomo non trova più soddisfazione nei prodotti di consumo da lui creati. Si disarticola nell’accomodamento inerziale di fronte al progresso, senza alcuna identificazione nei confronti della Globalizzazione, che in effetti lo immiserisce, lo emargina, abituandolo alla inconsistenza dell’Essere. La demassificazione delle classi operaie, il progetto di un Nuovo Ordine Mondiale, e i conflitti geopolitici, con la costante invasione migratoria, non rendono la dialettica intorno alla poesia, terreno fertile di ogni discussione. Anzi, la crisi attuale la neutralizza, tanto che il mondo potrebbe benissimo fare a meno della sua presenza. Non esiste alcuna possibilità di resurrezione letteraria, perché tutto nasce e si dissolve non lasciando alcuna traccia, neanche la creatività dell’angoscia. Né si può dire di trovarci in una zona di attesa perché il crollo della società contrattualistica, con il sindacato messo alle corde, e l’annullamento del diritto di fronte alla supremazia del potere finanziario e del carattere tirannico delle democrazie, rendono astorici e nullificanti tutti i valori connessi alla poesia, alla narrazione, ad ogni fondamento costitutivo della Forma. Inoltre, i conflitti balcanici, la guerra in Medio Oriente e il terrorismo, sono stati gli ostacoli di maggiore frenaggio per la poesia  civile, la cui assenza è allarmante, per non dire sorprendente. Con molta probabilità ai poeti interessa l’IO e l’autobiografia, il ricorso alle succursali linguistiche novecentesche, la permanenza in un backstage fatto di maschere, e vuoto narcisismo, temporaneamente annullati dall’antologia di Ernesto Galli della Loggia  in “La Poesia Civile e Politica dell’Italia del Novecento”, BUR-Saggi, 2011. Tuttavia, esiste un “pendolo della letteratura”, la cui oscillazione va e viene, anche se bisogna partire da zero, dando alla poesia infusioni energetiche, in grado di tenerla in vita. Ma come iniziare questa avventura? Semplicemente prendendo ad esempio il pensiero di Hans Freyer in: “Società e Cultura,”  quando afferma che “la lingua deve definire, senza però ridursi a un resto amorfo,  deve dominare, e nello stesso tempo, colma sino all’orlo di significati deve scoppiare di forza espressiva”.  Chi ha voluto la dissoluzione dell’Origine, della Storia, dell’Arte, della Filosofia e di ogni altro Edificio culturale, ha tramato contro la stessa civiltà dell’uomo, conseguita dopo secoli di sacrifici, di rivoluzioni, di guerre, di ricerche scientifiche, per destabilizzare il pensiero polivalente e della Metafisica di Aristo-tele, che riconosce agli uomini il diritto di sapere contro l’ignoranza.

Domanda: Per Vattimo «si può dire probabilmente che l’esperienza post-moderna (e cioè, heideggerianamente, post-metafisica) della verità è un’esperienza estetica e retorica (…) riconoscere nell’esperienza estetica il modello dell’esperienza della verità significa anche accettare che questa ha a che fare con qualcosa di più che il puro e semplice senso comune, con dei “grumi” di senso più intensi dai quali soltanto può partire un discorso che non si limiti a duplicare l’esistente ma ritenga anche di poterlo criticare». 2)

Risposta: La via di svolta per l’uomo di tornare al proprio concetto di Essere, di fronte alla sua temporalità, trova in Heidegger uno dei maggiori sostenitori. Pensare è archiviare le superstizioni dando validità al pensiero scientifico, come credeva anche Einstein. Il postmetafisico agisce come un cambio di pagina nella storia del divenire critico e filosofico, smantellando un sistema culturale non più propositivo, attraverso l’esercizio del pensiero esplicante una critica opposta a tutto ciò che prima era istituzionalizzato e accettato. Uscire dalla considerazione dell’Essere, come soggetto integrato nella metafisica, e da cui ci si distacca soltanto riducendone i valori assoluti, significa per Vattimo “progettare” un iter filosofico nel momento in cui l’Occidente si è trovato di fronte al tramonto della metafisica, per cui l’unica via possibile era svincolare l’Essere, depotenziandolo dalla sua categoria, per continuare un discorso interpretativo e logico sulla realtà, dove l’Essere si minimizza in un frammento in rovina. Non sembrerà un indirizzo teoretico periferico o isolato se anche altri filosofi si sono espressi con ulteriori concetti critici, legati al binomio Teoria-Prassi, Totalità e Unità, Staticità e Critica: tutto un repertorio di temi al vaglio dell’Osservazione, come metodo di “Obiezione”, e di legittimo senso del superamento della mono-litica visione esternalista, dopo ogni caduta di tensione nella società.

Domanda: Possiamo allora affermare che la collocazione estetica della «verità» («la messa in opera della verità» di Heidegger) è l’unica ubicazione possibile, il solo luogo abitabile entro il raggio dell’odierno orizzonte di pensiero? Se intendiamo in senso post-moderno (e quindi post-metafisico) la definizione heideggeriana del nichilismo come «riduzione dell’essere al valore di scambio», possiamo comprendere appieno il tragitto intellettuale percorso da una parte considerevole della cultura critica: dalla «compiuta peccaminosità» del mondo delle merci del primo Lukacs alla odierna de-realizzazione delle merci che scorrono (come una fantasmagoria) dentro un gigantesco emporium, al «valore di scambio» come luogo della piena realizzazione dell’essere sociale: il percorso della «via inautentica» per accedere al Discorso poetico nei termini di cultura critica è qui una strada obbligata, lastricata dal corso della Storia. Della «totalità infranta» restano una miriade di frammenti che migrano ed emigrano verso l’esterno, la periferia. Il Discorso poetico (in accezione di esperienza del post-moderno) è appunto la costruzione che cementifica la molteplicità dei frammenti e li congloba in un conglomerato, li emulsiona in una gelatina stilistica, arrestandone, solo per un attimo, la dispersione verso e l’esterno e la periferia.

Risposta: La decostruzione della metafisica correlata al concetto di sostanza-presenza, con i fondamenti inattaccabili quali: Dio, l’Essere, il Soggetto, porta Heidegger a considerare l’esistenza nella sua realtà, fatta di angoscia e di nulla. Nel post-metafisico, vengono a decadere gli equilibri universali, per lasciare il posto a una logica, che rispecchi la verità, con le sue connotazioni di tipo socio-politico e culturale. Siamo all’interno di un ordinamento socio-culturale correlato al “sentire critico”, indirizzato verso varie ubicazioni, non ultima quella della scrittura poetica che si situa tra il tentativo di consolidamento e la frantumazione, tanto che alla fine, le giunture provvisorie non portano ad un impianto duraturo e armonico dell’edificio: il risultato, è quasi sempre lo sforzo di ricomporre l’unità linguistica e culturale, che dovrebbe essere riassorbita da una nuova civiltà letteraria e poetica, in assenza della quale bisognerà, continuamente, fare i conti con le proiezioni del pensiero e della continua riflessione critica e filosofica.

Domanda: La poesia moderna parte da qui, dalla presa di coscienza della rottamazione delle grandi narrazioni. La tua poesia parte da qui, è il tentativo di ripartire dal significato di una immagine, da una citazione, da un segno come effetto di superficie ed effetto di lontananza. Che cos’è l’effetto di superficie? Qualcosa che, proprio perché effetto, non appartiene a ciò che è originario: l’essenza, la coscienza, e che, non situandosi né all’altezza dell’Origine, né nella profondità della Coscienza, si presenta come pezzo di «superficie», relitto linguistico che galleggia nel mare del linguaggio, il reale subliminale che sta appena al di sotto della superficie della coscienza linguistica. Non bisogna con ciò intendere, né vorrei darlo ad intendere, che il senso sia qualcosa di diverso dal significato o che esso sia un «effetto» come se fosse un segno o un sintomo o un crittogramma di qualcos’altro (quel qualcos’altro che ha contraddistinto la civiltà del simbolismo in Europa); né bisogna intendere la stabilità del significato come qualcosa, appunto, di «stabile», ovvero, non modificabile almeno per un certo periodo. Infatti, mi chiedo, può esistere qualcosa di «stabile» all’interno della fluidificazione universale? – Ciò di cui il significato «è», lo è in quanto senso, sensato, appartenente al sensorio (e che gira e rigira intorno all’oggetto); possiamo dire quindi che il senso abita l’immagine, il significato, ovvero, il sensorio? Forse.

I personaggi delle tue poesie sono gli equivalenti dei quasi-morti, immersi, gli uni e gli altri, in una contestura dove il casuale e l’effimero sono le categorie dello spirito (le categorie dello scambio simbolico), essi sì che corrispondono allo scambio economico-monetario al pari delle pagine di un medesimo foglio bianco che attende la scrittura. Al pari della moneta anche la parola poetica vive ed è reale soltanto nello scambio simbolico (ma qui il discorso si allungherebbe). Anche se è da dire che nel tessuto fisico-chimico della tua poesia penetrano (osmoticamente, e quindi ideologica-mente) lacerti, lemmi e immagini del linguaggio poetico orfico che si sono sedimentati appena sotto la superficie del testo, indebolendo (più che rafforzando) il passo della sintassi (claudicante in quanto non più originaria, non più ordo rerum né più ordo verborum).

Risposta: Devo ammettere che il discorso si sta orientando verso un piano di dialettica filosofico-letteraria nel tentativo di ricomporre un Corpo, restituendogli la sua Forma. Difficile amalgamare le evaporazioni del Tempo e del Presente riunendole osmoticamente, nella vita e nella poesia. Ci siamo addentrati non solo nelle terre della oggettività, ma anche in quelle della soggettività fasciandole di filosofia. La fine del linguaggio narrativo ha caratterizzato il secondo Novecento, trascinandosi dietro la deregulation poetica e linguistica, che ha allontanato l’interesse della critica e del lettore. Ci sono volumi di poesie che sono pagine bianche, le stesse che si trovano al Centro del Nulla. Si tratta, quasi sempre, di una poesia priva di latitudini e di cartelli indicativi che possano indirizzare il poeta e il lettore, verso qualcosa di durevole. che non è realizzabile perché è nel cromosoma della Natura, fonte essa stessa di vita e di morte, di senso e contro senso. Ipotizzando, per un attimo, la precarietà del significato, quando ti poni la domanda: “Esiste qualcosa di stabile all’interno della fluidificazione universale, almeno per un certo periodo?”, la risposta scientifica più valida la potrebbe dare il noto astrofisico inglese Stephen Hawking; ma, da buon Osservatore delle cose e Propositore di progetti quale sei, già la conosci, ben sapendo che ”l’effetto di superficie”, come lo definisci, ha una frequenza brevissima, come il Big Ben della Torre di Londra. Quanto ai lemmi, ai lacerti e alle immagini da te riscontrati nella lettura dei miei versi, mi richiamo a quanto già detto sulla mia poesia, a inizio del nostro colloquio, consapevole che anch’essa, quale agglomerato di frammenti, appena sotto la superficie, rimanga in attesa del dissolvimento, come tutte le cose inserite nel mondo. Devo qui richiamare Deleuze? Penso di si quando sostiene che la teoria del senso non è legata in alcun modo a qualcosa di eterno o al suo radicamento nella profondità della coscienza.

Domanda: «Effetto di superficie» è, secondo Deleuze, sia il senso che il non-senso. Per Deleuze il senso non è una totalità organica perduta, o da edificarsi (come utopia) ma è un evento, sempre individuato, singolare, costitutivamente in forma di frammento in rovina, ed è il prodotto di una «assenza» costituita (non originaria) autodislo-cantesi. È sempre una assenza di Fondamento che produce il senso, ed è futile stare oggi a registrare con malinconia la fine dei Fondamenti o la fine del Fondamento dell’«io» come fa la poesia a pendio elegiaco o la poesia che si aggrappa agli «oggetti» come un naufrago al salvagente, per il semplice fatto che non c’è alcun salvagente a portata dello «Spirito», non c’è nessuna «utopia» che ci riscatti dal «quotidiano» o dal viaggio turistico (la transumanza della odierna poesia da turismo elegiaco che si fa in camera da letto o in camera da pranzo, tra un caffé, un aperitivo e un chinotto, o in un improbabile bosco con tanto di margherite e vasi di geranio ben accuditi). La tua poesia non sfugge a questa problematica, ci sta dentro come nel suo elemento marino. Anzi, trae da questa situazione la propria forza di vitalità e la propria giustificazione di esistere.

Sbaglio o ho colto nel segno?

Risposta: Deleuze ha cercato di creare un pensiero su filosofia e letteratura, positivismo e psicoanalisi, focalizzando l’attenzione sul senso del pensare, come risulta nel suo volume: Logica del senso. Il pensiero è l’atto dell’indagare come in altri filosofi: Nietzsche, Bergson, Kant, Spinoza, Hume e Leibniz. Estraneo alla metafisica, Deleuze approda ad una distinzione del pensiero per superare l’opposizione fra due contrasti come può essere ad esempio la staticità e il movimento.

Quindi nessun approccio al concetto di eternità e al suo radicamento nelle viscere della coscienza e dell’Idealismo. Secondo Deleuze, è l’impreve-dibilità del caso a generare il senso che non si produce dall’azione di un soggetto. E’ libero di agire non essendo legato a nessun vincolo. Si genera da sé, riducendo altezze e profondità,  finito e infinito, in un dualismo sottoposto sempre alla verifica dell’inconscio. Il “senso” come  tu dici, Giorgio, “è un evento in forma di “frammento in rovina”, che può adattarsi a tutti i fenomeni esterni, privo di approdi salvifici per la poesia nel dissolvimento dell’IO e di tutti i Fondamenti, senza alcuna possibilità di salvezza a ”portata dello “Spirito”, per uscire dal calendario giornaliero e dalla marginalità dell’essere qui e ora, essendo noi stessi frammenti di un Principio (Vita) e del suo controsenso, rappresentato dalla (Morte).Tranne le argomentazioni religiose, è evidente che la filosofia del razionalismo ateo non riesca a dare un “Centro” se non quello di un “polo” negativo, trasformando l’Essere in un non Essere, secondo il pensiero di Heidegger, così come la poesia che, una volta dissacrati i costumi dell’estetica, si minimalizza, proiettandosi nel passato e nel presente con i suoi frammenti in rovina. Ciò porta il poeta a rimanere in una camera buia, in attesa, che tornino senso, forma e contenuti: ossia la luce. (ma poi mi chiedo, verrà mai questo bagliore?). Alla domanda se la mia poesia è in sintonia con ciò che hai esposto, o ipotizzato a chiusura della tua intervista, ti invito a considerare questa mia similitudine quando paragono la poesia a un cristallo dai molteplici riflessi, che hai saputo captare con profondo spirito di osservazione, segno evidente che sottoponi a giusta critica ciò che leggi e senza tariffario. Ringraziandoti per l’attenzione e la gentile ospitalità, ti esprimo i miei più cordiali saluti e auguri di buon lavoro. Mario M. Gabriele.

1) Gianni Vattimo La fine della modernità Milano, Garzanti, 1985 p. 114

2) Gianni Vattimo La fine della modernità Milano, Garzanti, 1985 pp. 20, 21

da: Lombradelleparole.wordpress.com


TESTI POETICI

 

1

Una fila di caravan al centro della piazza

con gente venuta da Trescore e da Milano

ad ascoltare Licinio:-Questa è Yasmina da Madhia

che nella vita ha tradito e amato,

per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,

getteremo le ceneri nel Paranà

dove abbondano i piranha,

risaliremo la collina delle croci

a lenire i giorni penduli come melograni,

perché sia fatta la nostra volontà.-

Un gobbo si fermò davanti al centurione

dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato

le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,

non ha avuto pietà per Kamadeva,

rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-

-Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,

alla Miseria e alla Misericordia.

Domani le vigne saranno rosse

anche se non è ancora autunno

e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.

Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.

Carlino guardava le donne di Cracovia,

da dietro i vetri Palmira ci salutava

per chissà quale esilio o viaggio.

Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.

Mia amata, qui scorrono i giorni

come fossero fiumi e la speranza è così lontana.

Dimmi solo se a Boston ci sarai,

se si accendono le luci a Newbury Street.

Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.

Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

2

Una  collina a due passi dal cielo.

Pochi alberi sulla scogliera e kayak alla riva.

Passa il giorno staffetta.

Ma è Amy che  trucca le carte.

E’ Amy che scrive di cieli sereni nei suoi poemi.

Dondi vende parcheggi.

Nei suoi depliant ci sono quadri

e fioriere con gigli e tulipani.

-Si, è Pasqua, veniamo a trovarvi

mie care ombre lontane,

lasciate anche a noi un piccolo spazio.-

Alle Molinette rimanesti un mese Dorian.

Prima di Ravenna non c’erano stanze dove fermarsi.

La porte étroite si apriva e chiudeva.

Da un giardino venivano e uscivano angeli tristi.

Cadevano cetre senza più corde.

Una sera il figlio di Lara tradusse Triperuno in inglese.

Non dirlo a nessuno, Margareth,

se il vestito di Sammy non era adatto

per i campi del cielo.

Smettila di stare alla finestra a guardare se passa Willy.

A Blondy non diremo nulla che possa irritarlo:

neanche se le ombre della mente

col tempo diventano grizzly.

3

Un leggio senza spartiti per pianoforte e orchestra.

Il cruccio di Donovan dopo il gioco delle tre carte.

Il giorno che finisce, occhi asciutti e nessuna luce;

ma tutto il cottage non regge: tutta la vita, Hayden!

Ci batterai la testa, sarà come il rubinetto che cola,

il Circolo di Warren Daddy sempre chiuso.

Una Signora con steli di dalia e pause di respiro,

si ferma su per il colle e giù per la King William Street.

Il tempo fa rapine, agita le clessidre.

Miss. Lory segna chi va e chi viene,

aggiorna il calendario mentre l’anno se ne va.

Si cambiano gli almanacchi.

C’è un raduno in Piazza Oberdan.

Uno di sinistra, uno senza bandiera e slogan

legge la Steppa di Tarkovskij.

Un campesino aspetta il suo turno.

Ce ne andiamo tu ed io

lungo la strada per Guildford

a cercare Jabberwochy

tra gli squarci della giornata

e il fumo dei bistrot.

Tornarono gli amici del Delaware

a rinnovare febbri di tristezza,

sotto la balaustra dei ribes di settembre.

Mai più di un giorno sono stato nel Kentucky,

qui la vita si è fatta già discesa.

Fu il grande Slam

a portarci al Being myself  della Navratilova.

Il passato, se lo incontri, è una ringhiera

dove non irrompono i mulinelli d’acqua

e si recita a soggetto Maurice Bejart

sotto  il poster color lumaca e old time.

4

La malattia era da tempo un serpente boa.

Hellen vedeva il mondo a doppia rifrazione.

Ieri occhi azzurri hanno incontrato la primavera

e a Green Village, per fortuna,

i crickets cantano ancora.

Un day Hospital da dimenticare con tutti quei visi

cui avrebbe fatto bene un po’ di sole.

Questa volta parleremo chiaro con Buttler

di non darci più le griffe truccate

quando sarà l’ora del viaggio.

Questo è il secolo che non perdona.

Si, leggo Eliot e Marlowe e tanti libri di anime pie.

Il paradiso, se qui c’è, è una conversazione galante

con Kelly e la sorella di Webster.

Sulla chioma dei pioppi la neve era già sciolta.

C’era sul comodino un vaso di gigli e di rose scarlatte,

un abat-jour con lampada Led.

La voce di Tommy sembrava uno squittio nella stanza

come di un falco pellegrino.

Il Bacio di Klimt stava in biblioteca,

la sabbia sotto il viso del Caravaggio.

Uno spleen scendeva sopra le case.

Rividi  l’infanzia, le foto di Humphry e di Elisabeth.

-Non voglio bruciarti standoti accanto-,

confessò Hellen.

Le accarezzai il viso, le tolsi il fondotinta dermablend.

Giocavo col pensiero, giocavo

come i fanciulli del Vieux Chateau finiti nel fango.

-Ma guarda un po’- disse la volontaria del Saint Club.

-Anche ieri non ha mangiato.

A volte, non respira, dorme-.

Allora Jasmin cominciò a scrivere, e prendere appunti,

si rivolse al custode del Cielo, ma  era chiuso il castello.

5

Ci sono miracoli che non vedi.

Le lancette a mezzanotte.

Ti fermi e guardi il mondo scorrere.

Piccoli prodigi portano le ore.

I giorni di febbraio sempre più corti e amari.

E poi uno gli vien da dire perché siamo qui.

A Vienna Sigmund trovò la via.

Le mazurke d’Europa.

Sempre viaggi nei giorni dell’anno.

Fuori di casa, qualcosa verrà:

cadeau o memorie d’amore.

La pittrice Veronica Asmund

ricorda i colori di De Kooning.

L’unica cosa che piaceva a nonna Eliodora

era un collier etoile de Paris,

ma quando venne l’ora di uscire dal ghetto

volle leggere Lady Lazarus,

prima di inoltrarsi nel bosco 

di ortiche e rose di maggio.

Lucy, attenta agli oroscopi,

seguiva il segno del Capricorno.

Per due mesi raccogliemmo gambi d’avena.

Marisa aprì le imposte,

 donò la vecchia Singer a una ragazza del borgo.

-Resterete qui con la polvere della terra-

sentenziò una voce.

La notte ha mille ragioni per celare i segreti.

Tornammo al passato,

alle strette del cuore di Lady Caudilla

e a tutte le preghiere nel Coventry House.

Pensa tu, a ritrovarci domani

nel giardino delle mimose!

6

Il campo all’aperto offriva  orizzonti.

Scorrevano  fiumi  e quotidiani delitti.

Benny pensava ai giardini pensili.

C’era  chi attendeva i portatori d’acqua e di caffè,

chi scriveva epitaffi sulle pagine di Carver.

-Difficile, Mister Swanson, passare per Dresda

e Muhelberg. Non ci sono voli sicuri,

né oggi, né domani. Sorry!-.

Lady Marina veniva da Londra

con un volo della Lufthansa,

dopo  aver lasciato fiori

a Patsy O’Hara e a Novodevichy.

Lucy aspettava la pioggia

leggendo l’Handelsblatt.

Restava la collera di Baldus

tradito dall’Acquario.

 Io, che  rimasi nel tuo cuore, Milena,

 mi dolsi della fuga della mulatta dell’Ecuador.

Oh mia vita, non ci sono anfratti

per sfuggire ai tulipani!

Oggi Dory, ha lasciato il Dio di Menen

 per restare sola e senza preghiere.

-Vi incontrerò domani nei quartieri alti della città

 per ascoltare i vostri dolori-,

confessò Patrick. E c’era chi voleva vedere

la casa di Aldibrandi  salvata dalle acque.

Natanilova  è graziosa:  ha un accento russo marcato

e legge pagine  da: Una giornata  di Ivan Denissovic

di Solzenicyn. Sostituite le vecchie lampade al neon,

ora la casa è chiara e ospitale e nessuno

pensa  più al passaggio sul Nilo e ai fiori per Shiva.

7

La nebbia che vedesti

celava i portali di Villa San Giovanni.

Fissarti stava nel potere dell’iride,

arrossata dai pollini d’aprile.

Più del passato ti inasprisce ora

il turbinio del vento.

Si va sui binari,

colmi d’erba e di sterpaglia.

Ha ragione Marcus

quando dice che il tempo non ha più spiagge.

Arrivi anche tu a questa riva,

né io so condurti al vecchio faro. 

La tempesta ha lasciato ruderi

sull’isola di Crusoe.

Pochi anni e non so più come salvarti

dalla voce che ti chiama.

Veronica mi guardò

invitandomi ad un cocktail party.

Parlò di Madhvan Muni e di Balarama.

Non dissi nulla, attento ai labrador.

Lei lasciò la torcia. Tornò il buio.

-Seguimi- gridò. E fu tutto un tacito andare

con le cose del bivacco.

-Non abbreviare il tuo viaggio-,

farfugliò la sensitiva

con la carta dell’impiccato.

C’erano nella garconniére

una custodia con sette spade,

uno spartito di Handel,

 due o tre coppe di Jack Daniels.

-Anche lei è della confraternita?-,

chiese la bionda norvegese.

Judith non sapeva che rispondere.

Il giorno dopo ci fu un viaggio allo scoperto

e una lezione alla Bernard School.

A sera, Padre Stone preparava Giselle

per le nozze di settembre.

Questo lo può dire, Signor Brandberg,

se prendendo il largo ci sono ancora

piranha e squali.

La signorina Elliot rifece il letto,

cacciò i sette peccati capitali.

Non si sa più nulla di tutta la polvere caduta.

8

Risalimmo il fiume salvato dal garbino.

Un’eco venne dai colli di Ripamonte.

Nostra fu la diaspora nella sera.

Si diceva del bene di Jèrome:

ma era solo un non ti scordar di me

per Monnalisa e la troupe del vintage.

Il resto lo fece una parafrasi di Corneille.

Nicole invitò figuranti e partigiane

nell’atto unico di teatro:

 un souvenir per Primo Levi

in: Se questo è un uomo.

La polvere stava nel cavo della mano,

come la sabbia nel fondo della clessidra.

Manuele  era  fuori dal turnover.

Qualcosa passerà dal filamento

alla cruna dell’ago.

Inutile parlare di Shakespeare.

Ma  Carol ha voluto visitare Stratford-on-Avon e poi

Mont Blank e il lago di Windermer.

Si portava dietro il fantasma

di Anne Hathaway e di Julius Caesar.

9

L’inverno si tenne lontano dagli stipiti. A casa, c’erano allodole e tucani. Profumava di muschio il mese di dicembre. Un ricercatore si fermò davanti alle figure  di Rauschenberg. A St. Louis non c’era una lapide a ricordare Sweeney. –Chi passa di qui non lascia mai una traccia, – disse il guardiano, mentre una musica veniva dai sottofondi, sembrava Unforgettable di Natalie Cole. Lungo le strade non c’erano insegne. Kafka uscì distrutto nel Processo. Ci fu un Assassinio nella Cattedrale! Un placebo è stato l’elisir nella notte. C’è chi ricorda il Funeral Blues di Auden. L’amico di un tempo dimenticò Gillian. Non fu piacevole rivedere la casa in via delle dalie n. 10. A San Lorenzo vedremo di nuovo cadere le stelle. Oh come è cambiata la tua vita, Jenny, da quando ti sei fermata a Stratford! La tempesta fu di lunga durata. Ma poi l’ouverture ricompose lo spartito. Ci sono un mucchio di foto che a Sweeney piacerebbe mandare con i dialoghi di Dusty e Doris.  Giose è rimasto con Benedetta in Guysterland e con le piccole gocce di lacrime amare. Quando non è nel Vermont manda romances and poems. Non basta un dollaro per incontrare la Bella Carnap fatta di pelle di capra e zoccoli d’oro. Sally non ama l’inverno. Vende tessuti a pochi penny al metro e non è un affare. Mr.Jones le regala balsami del Celeste Impero. Westminster offre più occasioni e non è Babilonia. La madre di Sally sa che ci vuole altro per vivere tranquille, anche se da sempre va ripetendo a chi la incontra per strada: many a day has passed since then (molti giorni sono passati da allora).